Questa volta la tornata ospedaliera è stata più tranquilla, ma di certo non meno sfiancante.
Ora, dover aspettare cinque mesi (da novembre 2005 a ieri) per potersi fare una visita oculistica di dieci minuti è fuori da ogni grazia divina, ma il doverla pure fare alle 7:45 di mattina, ecco, questo dovrebbe essere considerato decisamente illegale.
Comunque sia avevo già capito che girava male mentre tornavo da Milano a Recoaro, quando la corriera che mi stava facendo sobbalzare da Vicenza verso casa è incocciata in due tir posti di traverso sulla statale (con conseguente ritardo mostruoso, fame, disidratazione, secchezza delle fauci, etc etc).
La sveglia alle 7:10 è un trauma adolescenzial-liceale che erano anni non sperimentavo più, e lì ho capito perché tutti gli adolescenti sono incattiviti come delle bestie nei confronti del mondo e dei genitori – altro che ormoni a scatafascio, corpi in trasformazione sbiellata, grassi e liquidi non meglio precisati che decidono di scaturire improvvidi da ghiandole di cui prima si ignorava esistenza e consistenza – è la sveglia di mattina presto che rende l’adolescente bestia (o al massimo darkettone-gotico-depresso).
La visita è stata veloce e indolore, a parte la mia solita mania di inventarmi le lettere: se dieci anni fa ero riuscito a cavar fuori un “Hm, quella è una A rovesciata senza la stanghetta orizzontale in mezzo” e l’oculista: “Non sarebbe più semplice dire che è una V?”, stavolta lo show è consistito in “Hm, quella è una P con la pancia superiore non conclusa”, e l’oculista: “Non sarebbe più semplice dire che è una F?”.
E poi dall’ottico.
Oh, ma che è successo all’ottica commerciale negli ultimi dieci anni? Voglio dire, dieci anni fa tu andavi nel negozio, cacciavi la prescrizione dell’oftalmologo, ti tiravano fuori un paio di montature (tre se andava di lusso o se era appena passato il rappresentante), che vuole l’antigraffio? o un paio da sole graduati? passi fra tre giorni arrivederci e grazie. Stavolta invece mi è sembrato di vivere in un incubo tecnocratico messo in piedi da una qualche setta framassonica olandese operante nei centri di potere occulto del mondo fin dal 1500.
Mi sono sentito dire, nell’ordine:
“Sì, ecco, abbiamo 5000 modelli, che stava cercando esattamente?”
“Ma vuole la montatura un po’ spessa per un fatto estetico o per un fatto di uso?”
“E le lenti, in che le vuole? Cristallo? Materiale plastico? Manganese estratta da una miniera subacquea del Mar Morto? Silice recuperata su Marte? Silicati carotati a 2 km di profondità nell’Antartide? Terre rare sintetizzate nei laboratori segreti del Cremlino? Isotopi di uranio trafugati da un centro di ricerca saudita?”
“Antigraffio, antiriflesso, antilaser, antimonitor, antibiotico?”
“Di che spessore le vuole? Perché vede, c’è l’R2D2 che è sottilissima, e il C3PO che la usano per fare i fondi delle caraffe: sono la stessa cosa, ma una è fina fina fina, che te la metti in bocca e si scioglie sul palato, e l’altra è grossa che ci spacchi le noci” (ovviamente i prezzi sono di conseguenza: più sono sottili e inconsistenti, più costano)
Insomma, son stati quasi trenta minuti di spiegazioni, contrattazioni, illustrazioni, giro la ruota, gioco il jolly, rialzo la posta, sento la campanella mi metto a salivare, gabbie di Faraday, rifrazioni, riflessioni, ribaltamenti, onde corte, infrarossi, punti ciechi, esposimetri e via di questo passo.
E ancora non sapevo che nel pomeriggio le benemerite FFSS mi avrebbero inflitto un ritardo di viaggio da record, e che questa mattina, prima di uscire per un importante colloquio, non ci sarebbe stata l’acqua calda per la doccia.