
C’era una volta un re. Che voleva unificare sotto il proprio comando sei diversi regni.
E c’era una volta un eroe, funzionario di basso rango del re, che un giorno si presentò a corte e disse di aver ucciso in duello i tre più pericolosi assassini che stavano attentando alla vita del re.
Il re chiese all’eroe: “Come hai fatto a ucciderli?”
“Con la spada”, rispose l’eroe.
“Voglio i dettagli”
Dopo un incipit da favola, che nel finale da mito viene reso storia, con una traslazione dall’estetico al politico che è una costante, non poco stridente, della pellicola, “Hero” mette in scena innanzi tutto l’arte del raccontare.
Nel confronto fra l’eroe e il re ogni discorso diviene un racconto, una memoria, una bugia, una ricostruzione ipotetica, che, smontati e rimontati assieme, danno tutti un singolo pezzetto della vicenda e dei personaggi – come uno dei due centri fondamentali dell’opera, l’ideogramma della parola “spada” (l’altro centro essendo l’oggetto stesso, entrambi portati in dono al re): ci sono 19 modi differenti per scriverlo, ma solo un 20esimo modo, forse sintesi di tutti gli altri, sarà in grado di svelare la vera essenza della parola. Ogni racconto ha la propria brava associazione cromatica primaria; una regia chiara e distaccata, assieme ai combattimenti dalla coreografia algidamente perfetta, contribuisce a dare l’idea di un’opera pulita e apollinea, in cui poche sono le stonature (la soggettiva delle frecce in caduta sulla scuola di calligrafia è fra queste).
Peccato solo che l’intero film alla fine risulti un’apologia della dittatura, riassunta nell’emblematico refrain: “Sotto un unico cielo”. Ma che se lo tengano pure, ’sto unico cielo.